Considerare l’impresa come organismo vivente e non come mera macchina.

Che le organizzazioni non siano paragonabili a macchine bensì a organismi viventi è assodato, ciò nonostante le pratiche adottate per governarle sembra non tengano conto di questa evidenza.

OrganizzazioneMolti, infatti, gestiscono l’impresa “ingegneristicamente”, intervenendo sull’organizzazione facendo riferimento unicamente alle leggi di causa/effetto, agendo sull’hardware. Rilevata la disfunzione, s’introduce un correttivo (procedura, regola, comando) pensando che questo sia sufficiente a produrre l’effetto desiderato. Nella realtà, poiché l’organizzazione non si comporta come una macchina, le conseguenze sono ben diverse dalle attese. All’opposto, c’è chi interviene esclusivamente nel software (motivazione, coinvolgimento, condivisione), e anche in questo caso i risultati, spesso, non sono diversi dai precedenti. Infine, c’è chi si affida alla capacità di autorganizzazione del sistema, riscontrando ben presto che le cose non vanno nella direzione auspicata bensì si verifica il fenomeno di istituzionalizzazione che porta all’irrigidimento del sistema stesso.

Se consideriamo concretamente l’organizzazione al pari di un organismo vivente, dovremo far riferimento a tutte e tre gli approcci citati: un organismo abbastanza evoluto si autoregola (anticorpi, stimoli respiratori, sensazione di sazietà), reagisce agli stimoli esterni (interazioni, condizionamenti, ambiente) e ha delle reazioni di tipo causa/effetto (fame-cibo, sete-acqua, malattia-medicina).

Un’organizzazione, da questo punto di vista, ha bisogno di regole, procedure, gerarchie (componenti hardware) con il compito di chiarire alle sue parti quali sono le modalità operative del funzionamento del tutto. Ma queste modalità operative saranno comprese e condivise a condizione che sia chiaro lo scopo dell’organizzazione, compito questo della motivazione, della partecipazione e del coinvolgimento (componenti software). Infine, va lasciato un discreto spazio alla capacità del sistema di autorganizzarsi poiché, data la sua complessità, è davvero impossibile intervenire e gestire tutti i suoi elementi.

Fondere assieme i contributi di Frederick Taylor (organizzazione scientifica del lavoro), Elton Mayo (fattore umano) e Seth Lloyd (teoria della complessità), credo sia la strada per dare direzionalità all’evoluzione dell’azienda verso un modello organizzativo che soddisfi al meglio possibile tutti i suoi elementi: utili adeguati per gli azionisti, retribuzioni soddisfacenti per i dipendenti, sostenibilità per il rispetto dell’ambiente e lo sviluppo del territorio. A tutto ciò possiamo assegnare un nome: benessere organizzativo.